Addio a Emidio Pepe, il visionario che insegnò all’Abruzzo a credere nel proprio vino

martedì 28 luglio 2026 16:00 - Daniele Mainieri
Addio a Emidio Pepe, il visionario che insegnò all’Abruzzo a credere nel proprio vino

L’Abruzzo perde uno dei suoi interpreti più autentici. Emidio Pepe è morto il 28 luglio 2026, lasciando il mondo del vino più povero di una voce irripetibile, ma più ricco di un’eredità che continuerà a vivere nelle vigne, nelle bottiglie e nella memoria di chi ha incontrato i suoi vini.

Nato nel 1932, uomo di poche parole e di convinzioni incrollabili, Pepe non è stato soltanto un grande produttore. È stato un contadino visionario, un artigiano del tempo, uno dei primi a comprendere che il Montepulciano d’Abruzzo e il Trebbiano d’Abruzzo non erano vini minori, destinati al consumo veloce o alla vendita sfusa. Potevano diventare grandi vini italiani, capaci di attraversare i decenni senza perdere energia.

La sua storia comincia a Torano Nuovo, sulle colline teramane, tra il Gran Sasso e il mare Adriatico. La famiglia produceva vino già alla fine dell’Ottocento, ma fu Emidio, nel 1964, a imprimere una svolta decisiva: iniziò a imbottigliare con il proprio nome e a costruire un progetto fondato sull’identità del territorio, sull’invecchiamento e sulla minima interferenza possibile tra l’uva e il vino.


L’uomo che credette nel Montepulciano quando pochi lo facevano

Negli anni Sessanta il vino abruzzese aveva raramente il prestigio di cui gode oggi. Molte uve erano destinate alle cooperative, alla vendita sfusa o alla produzione di vini da taglio. Il Montepulciano era considerato generoso, colorato e potente, ma non necessariamente raffinato o longevo. Il Trebbiano, allo stesso modo, veniva spesso trattato come un bianco semplice, da consumare giovane.

Emidio Pepe vide qualcosa che gli altri non vedevano. Nel frutto scuro del Montepulciano intuì la possibilità di un’evoluzione lenta e profonda. Nel Trebbiano riconobbe una tensione nascosta, capace di trasformarsi con il tempo in complessità, eleganza e autorevolezza.

La cantina destinata all’invecchiamento fu infatti una delle prime costruite a Casa Pepe. Emidio cominciò da subito a mettere da parte una quota importante delle bottiglie, anche quando economicamente sarebbe stato più semplice venderle. Oggi la cantina conserva circa 350.000 bottiglie, una biblioteca liquida di stagioni, vendemmie, piogge, siccità e attese

A chi dubitava della sua scelta rispondeva con la sicurezza di chi aveva già visto il futuro: «Per come lo faccio io – che lo lascio vivo – questo tra 50 anni sarà un grande vino».

Parlava del Montepulciano d’Abruzzo. Il tempo gli ha dato ragione. Le vecchie annate di Emidio Pepe sono oggi ricercate in tutto il mondo e hanno dimostrato che il grande rosso abruzzese può conservare freschezza, struttura e vitalità per decenni.

Il cemento, la “casa” del vino

Per capire davvero Emidio Pepe bisogna entrare nella sua cantina e fermarsi davanti alle vasche di cemento.

Mentre una parte dell’enologia italiana inseguiva il fascino delle barrique e dei profumi del legno, Pepe scelse di non vestire il vino con aromi estranei. Non voleva che una botte raccontasse se stessa più del frutto, della vendemmia o della terra. Il vino doveva avere la voce dell’uva, non quella del recipiente.

Le fermentazioni avvengono spontaneamente in piccole vasche di cemento vetrificato, senza lieviti selezionati. Per la famiglia Pepe il cemento è la “casa” del vino: un ambiente neutro, inerte e temperato, capace di accompagnarne lentamente l’evoluzione senza imporre sapori o profumi. Le vasche utilizzate da Emidio a partire dal 1964 sono ancora oggi parte del processo produttivo.

Il cemento, nella sua filosofia, non rappresentava un ritorno nostalgico al passato. Era una scelta precisa e modernissima. Consentiva di proteggere il carattere del vino, lasciando che fossero l’annata, il suolo e il frutto a emergere. In questo senso Pepe fu un innovatore proprio perché non sentì il bisogno di inseguire ogni innovazione tecnologica.

La sua rivoluzione non faceva rumore. Aveva il colore grigio delle vasche, il passo lento delle fermentazioni e la pazienza di chi non aveva paura di aspettare.

Il vino fatto con le mani

Nella cantina di Torano Nuovo il lavoro manuale non è mai stato una messinscena destinata ai visitatori. È parte sostanziale del metodo.

Le uve bianche vengono pigiate con i piedi in una grande vasca di legno. I grappoli di Montepulciano sono invece diraspati a mano su reti collocate sopra grandi tini: i raspi rimangono sulla superficie, mentre gli acini cadono quasi interi, preservando i lieviti presenti naturalmente sulle bucce.

Non vengono aggiunti lieviti selezionati o enzimi per costruire profumi prestabiliti. Il vino fermenta seguendo la popolazione microbica dell’uva e l’andamento dell’annata. Non viene filtrato prima dell’imbottigliamento, perché la filtrazione, secondo la filosofia aziendale, potrebbe sottrargli parte della sua integrità. Le bottiglie più vecchie vengono poi decantate manualmente, ricolmate con vino della medesima vendemmia e nuovamente tappate.

Sono gesti lenti, faticosi, apparentemente anacronistici. Eppure raccontano una concezione estremamente contemporanea della qualità: non standardizzare, non correggere ogni differenza, non costringere tutte le annate ad assomigliarsi.

Emidio sintetizzava il proprio approccio con una frase disarmante: «Io faccio vino e basta».

Dietro quelle cinque parole c’era un mondo intero: esperienza contadina, osservazione, rifiuto delle mode e fiducia nella materia viva.

Non solo Montepulciano: i vitigni che raccontano l’Abruzzo

Non solo Montepulciano: i vitigni che raccontano l’Abruzzo

Il nome di Emidio Pepe resterà legato soprattutto al Montepulciano e al Trebbiano d’Abruzzo, i due vitigni ai quali dedicò le energie decisive della sua carriera. Ma la sua lezione riguarda l’intero patrimonio ampelografico regionale.

Il Montepulciano è la grande uva rossa dell’Abruzzo: profonda, tardiva, capace di generare vini intensi ma, quando ben interpretata, anche freschi e longevi. Dalla stessa uva nasce il Cerasuolo d’Abruzzo, che non è un vitigno ma un vino rosato dalla forte identità, luminoso, saporito e spesso più strutturato dei rosati tradizionali.

Anche Casa Pepe produce Cerasuolo, lavorando il Montepulciano come un’uva bianca: pigiatura con i piedi e fermentazione del mosto senza le bucce. Negli anni alla produzione si è aggiunto anche il Pecorino, varietà bianca originaria dell’area compresa tra il nord dell’Abruzzo e il sud delle Marche, capace di offrire vini generosi, intensi e sostenuti da una viva acidità.

Accanto a questi nomi, l’Abruzzo custodisce varietà come Passerina, Cococciola e Montonico. Il Pecorino e la Passerina hanno conosciuto una diffusione crescente, mentre Cococciola e Montonico rimangono maggiormente legati ad aree circoscritte. Sono uve che compongono un paesaggio viticolo molto più ricco di quanto il mercato abbia raccontato per lungo tempo

Non sarebbe corretto attribuire a Emidio Pepe, da solo, il rilancio di tutti i vitigni abruzzesi. Il suo merito è forse ancora più importante: dimostrò che una varietà locale non aveva bisogno di imitare modelli internazionali per diventare grande. Servivano attenzione, coraggio e tempo.

Quando il Montepulciano e il Trebbiano di Torano Nuovo cominciarono a essere cercati nei ristoranti e nelle enoteche internazionali, tutto il vino abruzzese guadagnò una nuova possibilità di essere ascoltato.

foto dal sito www.emidiopepe.com

Prima del biologico, il rispetto della terra

Emidio Pepe evitò fin dall’inizio l’uso di prodotti chimici di sintesi, perseguendo l’idea di un terreno vivo capace di generare vini vivi. Quando la famiglia si avvicinò formalmente alla biodinamica nel 2005, scoprì che molte di quelle pratiche — il rispetto dei cicli lunari, la biodiversità, i sovesci e l’attenzione alla vitalità del suolo — erano già parte della quotidianità aziendale.

Anche la tradizionale pergola abruzzese, talvolta abbandonata in favore di sistemi considerati più moderni, è diventata nella visione di Casa Pepe uno strumento prezioso contro il cambiamento climatico. L’ombra delle foglie protegge i grappoli e il terreno dal calore, favorendo maturazioni più graduali e preservando freschezza ed equilibrio.

Ancora una volta il futuro, per Emidio, passava attraverso l’osservazione di ciò che i contadini avevano imparato prima di lui.

L’eredità di Emidio Pepe

La sua opera continuerà attraverso la famiglia. Accanto a lui ha lavorato la moglie Rosa, figura centrale nella vita della casa e nella meticolosa decantazione delle bottiglie. Da anni le figlie Sofia e Daniela guidano l’azienda: Sofia segue la parte agricola ed enologica, Daniela quella amministrativa e strategica. Le nipoti Chiara ed Elisa rappresentano la nuova generazione, tra vigneti, vinificazione e ospitalità.

È forse questa la forma più vera dell’immortalità per un vignaiolo: non soltanto lasciare bottiglie memorabili, ma trasmettere un modo di guardare la terra.

Emidio Pepe ha insegnato che il vino non deve necessariamente essere costruito, lucidato o accelerato. Può essere accompagnato. Può avere bisogno del cemento, del vetro, del silenzio di una cantina e di molti anni per trovare la propria voce.

Oggi l’Abruzzo saluta uno dei suoi uomini più grandi. Ma nelle bottiglie che riposano a Torano Nuovo il tempo continua a lavorare. E ogni volta che un vecchio Montepulciano o un Trebbiano di Emidio Pepe verrà stappato, quella voce tornerà a parlare: ruvida, vitale, ostinata e profondamente abruzzese.

Daniele MainieriDaniele Mainieri
Ogni giorno mi immergo nel mondo della cucina, alla ricerca di nuove ricette e sapori da condividere: dal piatto della nonna alle ultime tendenze food. Mi occupo di comunicazione enogastronomica da oltre 10 anni!

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